I costi da sostenere se si vuole guidare un monopattino elettrico

Il monopattino elettrico altro non è che il modello evoluto del tradizionale monopattino a spinta. La sua comodità e facilità di utilizzo uniti ai prezzi di acquisto non molto elevati lo rendono un dispositivo molto appetibile e alla portata di chiunque. Dobbiamo partire con lo specificare che il prezzo di acquisto di un monopattino elettrico non è fisso ma può variare dai 50€ agli 800€ a seconda del modello scelto. Ovviamente non è detto che la buona qualità risieda soltanto nei modelli più costosi ma è anzi garantita anche dai dispositivi di prezzo minore che, in molti casi, si differenziano rispetto agli altri soltanto per la mancanza di qualche optional che non incide, però, a livello strutturale e qualitativo. È quindi necessario fare diverse valutazioni sulle caratteristiche necessarie e che preferiremmo trovare nel nostro futuro monopattino elettrico per capire la cifra che andremo a spendere. Vogliamo le luci led, un comodo sellino, una doppia pedana e una tecnologica applicazione smartphone? Bene, dobbiamo essere pronti a pagare un prezzo più alto. Al contrario, ci possiamo accontentare di un modello semplice senza molte chicche a livello tecnologico che non ci interessano? La nostra spesa sarà più contenuta. A prescindere dalla scelta del modello i costi di un monopattino elettrico si limitano alla spesa di acquisto iniziale perché sono dispositivi che non vanno incontro a grandi processi di usura e quindi non necessitano di grandi interventi di manutenzione e sostituzione. È comunque buona norma eseguire i giusti cicli di ricarica per non compromettere il buono stato della batteria e fare tesoro della garanzia del rivenditore per usufruirne in caso di malfunzionamenti. È così detto che effettuare un tragitto a bordo di un monopattino elettrico sarà molto meno dispendioso rispetto a quello intrapreso su uno scooter o una macchina. Questo è dovuto anche al fatto che il monopattino elettrico non necessita di alcun carburante se non una rapida ricarica di due ore alla corrente elettrica. Per poter trovare i migliori modelli di monopattino elettrico è consigliata la visita al sito sportivense.com/monopattino-elettrico/ in cui oltre alla vasta gamma offerta possiamo risparmiare nell’acquisto dati i vantaggiosi prezzi offerti.

A causa del cattivo tempo la rivoluzione è stata rinviata

A Duino, vicino Trieste, si può percorrere una passeggiata a strapiombo sul mare lungo la riserva naturale delle falesie. A questa passeggiata unica sia dal punto di vista geologico che naturalistico è stato assegnato come nome “sentiero Rilke” al puro scopo evocativo visto che, indagando un po’, si scopre che Rilke odiava la bora – il che, per inciso, spiegherebbe perfettamente il tono delle elegie duinesi – e il sentiero è stato realizzato solo dopo che il poeta lasciò il castello di Duino dove risiedeva allontanandosi di rado, pochi km più a nord. Visitando il bel castello di Duino si comprende che è stato abitato fino a pochi anni fa da una famiglia di mecenati che oltre Rilke ha ospitato diversi poeti e musicisti (in un salone c’è un pianoforte su cui ha suonato Lizst, e, duecento anni dopo, pure un bambino che camminava qualche metro davanti a me, ma che a differenza di me non avuto scrupoli dinanzi l’usuale corda di divieto dei musei). E’ uno dei viaggi a tema letterario “offerti” dal Friuli Venezia Giulia. Più a ovest Lignano Sabbiadoro si propone da anni, anche con un premio e iniziative dedicate, come uno dei baluardi di Hemingway in Italia. Tuttavia non credo esista città di mare in Italia senza la sua targa “qui è stato Hemingway”. Che se da una parte uno dovrebbe leggere come “forse non sono degno neppure di scrivere su whatsapp da qui” dall’altra si dovrebbe leggere come “Hemingway non è stato felice neppure qui”. Ma giustamente al turista non interessa il processo di stesura di Addio alle armi quanto la fascinazione. Essere in un luogo importante, che ha ispirato qualcuno, dove qualcuno è diventato grande. E nobilitare così anche la propria esperienza. E’ ormai qualche anno che i sentieri, trekking, parchi letterari – si affidano vari nomi a questo genere di iniziative – vengono organizzati con pacchetti turistici, ricevono contributi dagli enti locali ed esistono perfino agenzie specializzate nelle pianificazione di certi viaggi . E così non solo quelle di Hemingway, ma le targhe e i percorsi fioccano, a volte per capolavori, altre volte per certificare brevi e semplici passaggi, altre ancora per celebrare momenti francamente trascurabili ma non si toglie una targa perché la critica letteraria ha cambiato idea o perché il successo di un’opera si è esaurito. A Recanati è possibile visitare la casa-museo di Giacomo Leopardi. Ci si può affacciare dalle finestre da cui lui vedeva Silvia, guardare i vocabolari su cui Giacomo imparò da autodidatta le lingue classiche, e i quadernetti del poeta ancora bambino con piccole notazioni delle cose che lo incuriosivano. Si vede anche il colle dell’infinito, la siepe “che da tanta parte” e si può essere presi da qualche improvviso flash di memoria di quando si andava a scuola. E’ forse questa dei ricordi scolastici o della propria esperienza legata a un tal libro – quasi come fossero canzonette – la vera emozione e il vero segreto del successo di certi luoghi. A Recanati non ci si commuove provando la sensazione di sé stessi davanti all’infinito o la sensazione di solitudine del pastore errante dell’Asia, ma, nella migliore delle ipotesi, ci si commuove per il ricordo di sé davanti al testo e alla parafrasi dell’infinito di Leopardi. Chini sui banchi, ricopiando sul diario frasi di poeti dall’antologia di scuola. Accade qualcosa di analogo visitando i luoghi di Calvino a Sanremo (all’interno del Parco letterario della Riviera dei fiori) o il “Vittoriale degli italiani” per D’Annunzio” sul lago di Garda (costruito, in un certo senso, già per i turisti). A ben vedere, però, anche gli stessi scrittori non sono immuni al fascino e alla curiosità per i luoghi in cui altri scrittori hanno prodotto – per impegno o ispirazione, va’ a saperlo – il proprio meglio, perciò deve essere davvero difficile rispondere alla domanda: nei libri ci sono quei luoghi davvero o tutti i luoghi dei libri sono fantastici anche quando non lo sono? Non è che forse le langhe di Pavese e Fenoglio non sono poi tanto diverse da un luogo immaginario di Borges? Esistono diversi itinerari possibili all’interno del Parco paesaggistico letterario Langhe Monferrato e Roero. Ma per me che speravo di trovarci anche la villa di Fulvia da cui Milton\Fenoglio scappa sul finale di Una questione privata mancava qualcosa. I paesaggi raccontati nei libri sulla resistenza sono vivi, a volte sono vive perfino le persone, e di sicuro i caratteri, ma io speravo fosse reale anche la villa per essere parte, per una volta, attiva di quella storia. O forse anche per poterle credere di più. E, certamente perché aver visto quell’edificio è un’esperienza più degna di essere raccontata di una passeggiata alla fontana di Trevi. Visto che alla fin fine parte cruciale di un viaggio è avere qualcosa da raccontare e il rischio di far la fine di quelli che imponevano la visione delle diapositive agli amici è tuttora forte. Ma la ricerca di grand-tour in miniatura e di viaggi alla ricerca di ispirazione e memoria non sono solo italiani. Un sito americano suggerisce di ripetere l’itinerario di Lolita e Humbert. Forse un’idea davvero rivoluzionaria nel campo dei trekking letterari perché invece di un viaggio con luoghi alti, antichi, già di per sé poetici, ci si trova davanti a musei ridicoli, motel, luoghi e cittadine senza storia. Luoghi vuoti e da riempire invece di luoghi da intasare con ulteriori emozioni. Dove, poi, la tv o il cinema sono riusciti a traslare con successo certi libri, più che a viaggi letterari si assiste a pellegrinaggi col consueto carico di euforia. Nei luoghi d’Irlanda, Malta o Croazia in cui si gira Game of thrones sono aumentati i flussi di visitatori. Per la gioia dei ministeri del turismo si va a visitare la cittadella di Dubrovnik in quanto King’s landing, protagonista di libri e serie tv, e non in quanto città vecchia di Dubrovnik, patrimonio mondiale Unesco. (La regina Elisabetta è stata, ultimamente, a visitare il set di GoT in Irlanda ma s’è rifiutata, purtroppo, di sedere sul trono di spade per una foto che avrebbe battuto i record di condivisioni su internet). Luoghi che, quindi, diventano letterari per la mediazione di qualcuno. Ma esistono anche “realizzazioni” vere e proprie di luoghi letterari immaginari visto che, dopotutto, anche gli stessi parchi giochi con montagne russe e attrazioni varie a tema Harry Potter – in Florida come in Inghilterra – altro che non sono che parchi letterari per lettori più piccoli e con un’immaginazione con meno vergogne. Rimuovendo, anzi, la necessità di vendere un luogo già di suo significativo e proponendone altri a prima vista insignificanti ma su cui l’autore ha impresso la sua firma il campo del viaggio letterario diventa potenzialmente sterminato. Mi stupisco, anzi, che nessuno abbia già sfruttato l’idea di organizzare tour – sarebbero più avvincenti di tante case-museo appassite – sui luoghi di Gomorra libro o “sotto i cavalcavia dove è stata girata Gomorra la serie”. Oppure: “ecco il muretto da dove, il premio Strega – marchio che vince sempre – Francesco Piccolo scavalcava per entrare nella Reggia di Caserta”.

Recensione – Fantastic Mr. Fox – Wes Anderson

La realizzazione d’un film d’animazione è un’impresa ardua quanto immensamente gratificante al suo completamento: richiede dedizione ed impegno costanti, e vederlo germogliare e sbocciare è una gioia per tutti coloro che han collaborato alla creazione dell’opera stessa. Probabilmente questo avrà pensato Wes Anderson (regista, sceneggiatore e prodotture statunitense, celebre per la sua “simmetria”, divenuta elemento ricorrente nelle sue pellicole) durante la realizzazione di Fantastic Mr. Fox, lungometraggio animato del 2009 basato sul romanzo del celebre scrittore di racconti d’infanzia Roald DahlFurbo, il signor Volpe. Per la creazione di questo capolavoro, Anderson s’è avvalso di diverse tecniche d’animazione insegnategli da grandi esperti del settore (tra i quali, coloro che collaborarono attivamente alla produzione de “La sposa cadavere” di Tim Burton – opera d’animazione realizzata in modo pressoché invidiabile dalle altre case produttrici del genere), in primis la tecnica del passo uno, altresì detta stop-motion. La pellicola è stata presentata alla 27esima edizione del Torino Film Festival nella sezione “Festa mobile – Figure nel paesaggio” nel novembre 2009, per poi esser distribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 16 aprile 2010. Benché non abbia avuto l’onore di conquistare l’Oscar per il Miglior film d’animazione nel 2010 e, nello stesso anno, il Golden Globe (arrivando, comunque, in entrambi i premi fra i candidati), l’anno precedente ha ottenuto diversi riconoscimenti, fra cui il Satellite Awards per il Miglior film d’animazione, il New York Film Critics Circle Awards per lo stesso motivo ed il San Francisco Film Awards per la Miglior sceneggiatura non originale (firmata da Anderson stesso e Noah Baumbach, suo collaboratore); nel 2010 ha vinto il National Society of Film Critics Awards per la Miglior scenografia. Inoltre, nel 2009 George Clooney (doppiatore del protagonista) vinse il premio che fu assegnato nello stesso anno al film stesso per il Miglior film d’animazione a New York. Un gioiello assolutamente consigliato, per via dell’animazione realizzata in modo stupefacente, la regia andersoniana a dir poco incantevole, una sceneggiatura che ben incalza il ritmo del favoloso romanzo di Dahl e un doppiaggio strepitoso, che ha saputo ben alimentare lo spirito già vivo della pellicola. Questo è uno dei gioielli moderni d’animazione da consigliare a chi crede che l’animazione sia un genere cinematografico destinato unicamente ai piccini ed incapace di comunicare messaggi seri (e qui dovrebbe aprirsi una lunghissima parentesi, fatta di titoli e spiegazioni, ma questa, dopotutto, è un’altra storia…).

Lo Tsunami del 2011… non è finito lì!

L’11 marzo 2011 un terremoto con conseguente tsunami colpiscono le coste giapponesi, danneggiando tutto ciò che incontrano comprese le centrali nucleari di Fukushima. Nei giorni immediatamente conseguenti al maremoto si è verificata la fusione dei noccioli dei reattori 1,2 e 3. Notizia confermata il 24 maggio dalla società che gestisce gli impianti denominata TEPCO. Subito dopo l’incidente è stato dato l’allarme nucleare, ma ancora oggi la situazione di pericolo non si è conclusa ma anzi riguarda l’interno pianeta. Infatti un enorme quantità di radiazioni si sta riversando nell’oceano causando dei danni enormi all’ecosistema e al pesce che raggiunge le nostre tavole. I livelli di radiazioni nei pressi di tre serbatoi sono aumentate di 18 volte rispetto al giorno dell’incidente, arrivando ad un livello tale da uccidere una persona esposta nel giro di 4 ore. Le radiazioni riversatesi nel mare si stanno diffondendo rapidamente, e hanno già raggiunto la costa ovest degli Stati Uniti. Questa diffusione delle radiazioni crea dei danni enormi sia all’ambiente che all’uomo. Una cosa di cui molti non sono consapevoli e che il Giappone continua a vendere il suo pesce al mondo occidentale, che inconsapevole delle conseguenze lo consuma senza troppi pensieri. Recenti studi fatti sui tonni rossi, hanno dimostrato che 15 su 15 dei pesci analizzati sono contaminati. Inoltre le percentuali che riguardano le altre famiglie di pesci non sono davvero rassicuranti. Tutti si assestano decisamente sopra al 90%, percentuale di contaminati. A rendere la situazione ancora più spaventosa il fatto che il lavoro di bonifica è stato affidato ad una azienda di fama internazionale: la mafia. In questo caso specifico la Yakuza. Come in gran parte del mondo per decidere a chi dovessero andare i lavori di bonifica delle centrali è stata fatta una gara d’appalti che ovviamente ha vinto la criminalità organizzata. Adesso quest’ultimi si trovano a svolgere un ruolo delicatissimo che potrebbe a mettere a rischio la vita di migliaia, di milioni e addirittura di miliardi di persone. Alcuni lavori come quello riguardante l’estrazione delle barre di uranio dalle centrale, sono lavori pericolosissimi. Basta infatti che due barre si sfiorino per creare un esplosione pari a 14.000 bombe di Hiroshima. Le radiazioni hanno già raggiunto le coste occidentali dell’America del nord e del Canada, e diversi fattori ci dimostrano che sono già state assorbite e che di conseguenza hanno cominciato a fare danni sugli essere viventi. Per esempio c’è stata un epidemia di leoni marini, e il salmone rosso vicino alle coste dell’Alaska e del Canada ha raggiunto un minimo storico. Sempre lungo alla costa del Canada molti pesci si stanno decimando, e presentano problemi quali la sanguinazione dalle branchie e dai bulbi oculari. Insomma siamo già a rischio di contaminazione, e la situazione non sembra affatto migliorare, ma anzi vedendo i dati attuali si prospetta un drastico peggioramento. Nel giro di pochi anni una centrale che sta dall’altra parte del mondo, motivo del per cui molti non si sono, e non si stanno preoccupando affatto delle radiazioni, sembra che ci coinvolga pienamente nella sua lenta distruzione dell’ambiente circostante.

Non ti faccio niente, vittime e carnefici non son mai stati così vicini!

Ci sono fasi nella nostra vita che rimangono come un imprinting, possono passare gli anni ma certi ricordi te le porti dietro e rimangono lì, in attesa che qualcosa li faccia riemergere. Funziona anche con certe frasi, specialmente quelle minacce ‘educative’ che ci siamo sentiti dire tutti da bambini. Fai il bravo o chiamo l’uomo nero è stato uno dei cavalli di battaglia di mia madre, che ora mi pare risibile ma all’epoca aveva il suo effetto. Sono passati gli anni, e come altre, questa frase si è presa uno spazio della mia memoria, quieto e tranquillo. Fino a che non mi è capito tra le mani Non ti faccio niente, il libro di Paola Barbato edito da Piemme. Paola Barbato sa come raccontare storie, lo ha dimostrato non solo come scrittrice, ma anche come creatrice di sceneggiature per il mondo dei fumetti, in particolare per Dylan Dog (curioso che questo mese Dyd affronti l’Uomo Nero proprio in una sua storia). Non ti faccio niente ha però un qualcosa di magnetico, forse perché parla in modo onesto di quotidianità, mescolata con il contesto thriller. La dinamica vincente in questo romanzo è una: confondere il confine tra giusto e sbagliato. Un’azione sbagliata può essere anche giusta, se fatta con buone intenzioni? Sembra una domanda da poco, ma il fulcro di Non ti faccio niente è questo, il saper rispondere a questo interrogativo. Un misterioso uomo rapisce bambini che rischiavano di perdersi, vittime di ambienti familiari complessi, in cui la loro infanzia rischiava di tramutarsi in un peso che li avrebbe condizionati per la vita. Questo rapitore è il loro salvatore, si presenta loro nel ruolo e agisce come il paventato Uomo Nero, ma dona alle sue vittime quell’attimo di gioia inattesa, tre giorni di serenità. E una maggior consapevolezza alle loro famiglie, che toccate dall’insolita tragedia sembrano mutare il loro atteggiamento. Il misterioso benefattore improvvisamente sparisce, lasciando sulla sua scia solo un indizio: delle paperelle gialle. Dopo trent’anni, tornano le paperelle, ricominciano i rapimenti. Ma se un tempo la conclusione era a lieto fine, ora siamo di fronte alla tragedia. Questa nuova serie di sequestri lampo colpisce i figli dei rapiti di allora, ma non rende alle famiglie che i cadaveri dei piccoli. Il misterioso rapitore è tornato per dare vita ad un macabro scherzo del destino? O c’è dell’altro dietro questa storia? Non ti faccio niente funziona perché la Barbato sa come inserire questa sua trama all’interno di contesti tremendamente reali. Dalla sua ha l’esperienza diretta di madre tre bambine, quindi sa come vive un genitore certi attimi di angoscia o quanto certe dinamiche familiari spesso condizionano le azioni dei genitori. Nel suo ritrarre le famiglie coinvolte nei rapimenti vengono inseriti momenti di quotidianità, quell’attimo di distrazione apparentemente innocuo che può aprire all’incubo. Il modo in cui Paola Barbato cura la psicologia dei suoi personaggi è incredibile. Per farlo, si limita a descrivere le situazioni con naturalezza, lascia parlare i suoi protagonisti con un lessico quotidiano, spontaneo. Per tutto il libro il lettore si sente parte di questa vicenda non solo per il perfetto ritmo con cui si dipana la trama, ma perché la scrittura è scorrevole, colloquiale, sembra di sentire un amico che ci racconta un episodio della propria vita. Il misterioso rapitore degli anni ’80 ci viene lentamente presentato, veniamo guidati dall’autrice all’interno della sua vita attuale, diveniamo parte del suo mondo scoprendo le motivazioni delle sue azioni, ma vedendo anche come conviva con le conseguenze del suo operato. Personalmente, ho apprezzato in modo viscerale la parte finale di Non ti faccio niente. Una volta messi insieme tutti i pezzi, dopo aver seguito le vicende di tutti i personaggi e il loro passato, si ottiene un mosaico di vite spezzate in cui solitudine e perdita, rimorso e bisogno di trovare un colpevole danno al lettore una visione chiara degli eventi e ci dimostra come spesso vittima e carnefice possano scambiarsi i ruoli senza nemmeno capirlo. Da sempre apprezzo una caratteristica di Paola Barbato, il suo riuscire a creare dei personaggi femminili particolarmente efficaci, tenaci. Nives, Bianca e Olga sono tre pilastri fondamentali di questo eccezionale romanzo, la loro combinazione di fragilità e tenacia è appassionante, veritiera. Come il resto del romanzo. Speranza, rimpianto, rimorso, rabbia, amore e vendetta si mescolano a solitudine e gratitudine in un turbinio di emozioni che spingono ad una lettura serrata, ci legano a questo libro dalla prima all’ultima pagina. Ed il finale è incredibilmente cinematografico, sia per l’evento in sé che per il modo in cui viene descritto. Leggere Non ti faccio niente è un’esperienza intensa, appassionante e a tratti anche fonte di ansia e di inquietudine, di quelle che ci possono cogliere anche in un momento qualunque della nostra giornata. E cosa possiamo chiedere di meglio ad un thriller?

Orari e informazioni sulla Mostra Revolution di Milano

ORARI Lunedì: 15:00 – 20:00 Giovedì: 10:00 – 22:00 Martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica: 10:00 – 20:00 Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura Aperture straordinarie 7, 8, 26 dicembre: 10.00 – 20.00 24 e 31 dicembre: 10.00 – 14.30 25 dicembre e 1 gennaio: 15.00 – 20.00 2 gennaio, 1 aprile: 10.00- 20.00 BIGLIETTI Intero: € 16,00 (prevendita € 2,00) Ridotto: € 14,00 (prevendita € 2,00) visitatori oltre i 65 anni, visitatori da 15 a 26 anni, portatori di handicap, insegnanti, accompagnatori dei dipendenti del Comune di Milano, giornalisti con tesserino dell’Ordine dei giornalisti in regola per l’anno in corso, possessori Carta Club Skira Ridotto Bambino: € 10,00 Visitatori dai 6 ai 13 anni. Gratuito: € 0,00 minori di 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, un accompagnatore per disabile che presenti necessità, giornalisti accreditati dall’Ufficio Stampa della Mostra. Convenzioni: € 14,00 Hanno diritto alla tariffa convenzionata a 14€ le seguenti categorie: visitatori della mostra NASA (biglietto intero); studenti e dipendenti del Politecnico di Milano; clienti e staff di Aerogravity; possessori RinascenteCard; soci ARCI; iscritti ai programmi fedeltà Bennet. Il biglietto a tariffa convenzionata può essere acquistato solo in loco, su presentazione della relativa card di riconoscimento o biglietto di ingresso. acquista biglietto PRENOTAZIONE GRUPPI Le richieste di prenotazione ingressi per gruppi vanno inviate a: gruppi@bestunion.com LIMITAZIONI Non è consentito introdurre all’interno della mostra: animali ombrelli oggetti appuntiti borsoni e zaini di capacità superiore ai 40 litri in generale oggetti ingombranti che non possano essere contenuti nelle proprie tasche. SEDE FABBRICA DEL VAPORE Via Cesare Procaccini, 4 – 20154 Milano INFOLINE 892234

Presentazione della Mostra Revolution di Milano

You Say You Want a Revolution? prende in esami gli anni 1966-1970, quelli dell’idealismo ottimistico diffuso dalla cultura giovanile, convinta di poter cambiare il mondo. La mostra esplora temi emersi negli anni sessanta e tuttora dominanti nella scena contemporanea – ambientalismo, globalizzazione, individualismo e cultura di massa – ponendosi l’interrogativo: “E adesso dove andiamo?”. Sono gli anni che hanno scardinato le basi della società postbellica, plasmando in maniera innegabile il nostro stile di vita attuale. Quei 1826 giorni vengono raccontati in mostra attraverso oltre 500 oggetti-testimonianze di momenti, vite eccezionali, canzoni che hanno segnato la storia, abiti che hanno fatto tendenza (e scandalo), film indimenticabili, attimi che potremo rivivere. Gli LP presentati durante il percorso espositivo provengono dalla collezione del compianto John Peel (1939-2004), conduttore radiofonico, DJ, produttore e giornalista britannico. Peel plasmò i gusti musicali del paese in un’epoca in cui la musica incarnava la rivoluzione in atto nel mondo. Dal 1966-1967 lanciò nuovi stili musicali, prima nel programma The Perfumed Garden in onda sulla radio pirata Radio London e in seguito alla BBC, attirando un pubblico di fedelissimi. John Peel è stato uno dei conduttori più importanti non solo di quegli anni ma di tutti i tempi. La mostra, già approdata al Victoria and Albert Museum di Londra, arriva a Milano dal 2 dicembre fino al 4 aprile negli spazi della Fabbrica del Vapore. Promossa e coprodotta da Comune di Milano-Cultura, Fabbrica del Vapore e Avatar – Gruppo MondoMostreSkira, in collaborazione con Victoria and Albert Museum di Londra. Curata da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh del Victoria and Albert Museum di Londra insieme a Fran Tomasi, maggior promoter italiano che per primo portò in Italia i Pink Floyd, Clara Tosi Pamphili, giornalista e storica della moda, e Alberto Tonti, noto critico musicale. Un percorso esperienziale fatto per avvolgere i visitatori di atmosfere, oggetti, memorabilia, design, arte, grafica e soprattutto dalla musica di quegli anni anche grazie al sofisticato sistema audioguide Sennheiser, partner dell’esposizione. Un viaggio che ripercorre gli ambiti in cui le rivoluzioni di quegli anni ebbero luogo: la moda, la musica, le droghe, i locali e la controcultura; i diritti umani e le proteste di strada; il  consumismo; i festival; le comunità alternative. Da Carnaby Street a Londra agli hippy di Haight-Ashbury, dall’innovazione tecnologica della Bay Area alle proteste del maggio francese, dalle comuni sparse in tutta l’America ai festival di Woodstock e dell’Isola di Wight, questi anni furono caratterizzati da un idealismo ottimista che spingeva le persone a far fronte comune per sovvertire le strutture di potere in ogni sfera della società. Una riflessione infine su quante di esse hanno prodotto un cambiamento reale e duraturo e quante invece sono andate perdute nei decenni successivi. La travolgente onda della cosiddetta “Revolution” arriva dall’Inghilterra e porta con sé cambiamenti radicali che vanno dalla crescente attenzione per i diritti umani, al multiculturalismo e a nuove politiche neoliberali, passando per il boom scientifico e ovviamente la musica, la moda e l’arte in generale. “Improvvisamente Carnaby Street a Londra diventa l’ombelico del mondo, la fucina dalla quale vengono espulse valanghe di idee, il luogo delle sette meraviglie, la way of life della nuova generazione” scrive Alberto Tonti. In Gran Bretagna, in quei cinque anni rivoluzionari, nascono grandi nomi di band come i Beatles,  i Rolling Stones e gli Who tra tanti altri, e alcune delle personalità più eccentriche e rivoluzionarie di quei tempi come le top model Twiggy (detta “grissino”) e Jean Shrimpton (detta “gamberetto”), Mary Quant, inventrice della minigonna, John Cowan, il fotografo che presta il suo studio ad Antonioni per girare “Blow Up”, mentre le città si animano sempre più di una variopinta umanità che insegue le tendenze del momento. La rivoluzione nella moda è il segno più visibile del cambiamento di quegli anni, il modo più immediato per comunicare agli altri le proprie scelte: il rifiuto delle regole imposte, la volontà di non essere come i padri e le madri. La giornalista e storica della moda, Clara Tosi Pamphili, aggiunge: “Le gambe scoperte delle ragazze e i capelli lunghi dei ragazzi manifestano quotidianamente la voglia di restare bambini e selvaggi, il corpo è privo di costrizioni sotto abiti minimal geometrici o lunghe silhouette che scivolano addosso lasciando libero ogni movimento”. In mostra anche l’espressione del tempo nella moda italiana: insieme alle immagini di Blow Up e nella passeggiata in Carnaby Street una serie di abiti evidenziano l’emulazione ma anche la capacità artigianale, unica del made in Italy, che crea la trasgressione senza mai dimenticare la qualità. Negli anni ’60 anche nella società italiana avvengono profondi cambiamenti: il boom economico, l’espansione edilizia, l’enorme vendita di merci grazie anche alla possibilità del0 pagamento rateizzato. La grande ondata di benessere produce un forte aumento della scolarizzazione: dal 1957 al 1967 gli iscritti all’università raddoppia da 200.000 ad oltre 400.000 unità in una scuola pubblica con strutture inadeguate e dove vige ancora un forte autoritarismo e dogmatismo. Gli studenti sono i primi a raccogliere la spinta libertaria nata negli Stati Uniti contestando la cultura tradizionale e “borghese”, l’autoritarismo e il paternalismo, in sostanza rifiutando la visione del mondo dei padri e degli adulti in generale. Come ci ricorda Francesco Tomasi  “è il 24 gennaio del 1966 quando a Trento viene occupata la prima università italiana e da quel momento, per i due anni successivi, sono decine le università che verranno occupate. A differenza di altri paesi, in Italia il fervore della protesta dura e si articola per oltre 10 anni. Il movimento diventa di massa e coinvolge gli operai e altri strati della società e assume un carattere poli-culturale, interclassista e internazionalista”. Per quanto la gran parte della musica dell’epoca sia stata definita di protesta, il termine è senz’altro riduttivo. I temi sviluppati dagli artisti in quegli anni sono quelli più cari alla gioventù: libertà, amore, amicizia e anche preoccupazione per il futuro. “L’apparente epoca felice che va dal ’63 al ’68, anno in cui arriva la vera protesta che assume caratteri politici e di costume ben definiti, non è aliena da accadimenti che pesano. Su tutti: la morte di Papa Giovanni, l’assassinio di JF Kennedy, la guerra del Vietnam e l’uccisione di Che Guevara.”, ci fa riflettere Alberto Tonti. In uno lasso di soli cinque anni la “febbre del beat e della psichedelia” cattura e coinvolge milioni di ragazzi che, con il contributo del radicale cambiamento nella moda, di gadget appositamente ideati per le loro esigenze e stili pubblicitari totalmente reinventati, si ritrovano attori e spettatori di una vera e propria rivoluzione a 360 gradi. Questa non è dunque una mostra su un periodo storico, una moda, una città, uno stile o un genere musicale. Questa è una mostra su una delle cose più fragili ed allo stesso tempo più resilienti e durature che esistano sulla faccia di questo pianeta: un’idea. L’idea di Rivoluzione.

Le tematiche della mostra revolution di Milano

L’itinerario della Mostra ripercorre gli ambiti in cui le rivoluzioni di quegli anni ebbero luogo: la moda, la musica, le droghe, i locali e la controcultura; i diritti umani e le proteste di strada; il consumismo; i festival; le comunità alternative. Da Carnaby Street a Londra agli hippy di Haight-Ashbury, dall’innovazione tecnologica della Bay Area alle proteste del maggio francese, dalle comuni sparse in tutta l’America ai festival di Woodstock e dell’Isola di Wight. SWINGING LONDON 1966 We all want to change the world Immagina di arrivare a Londra e diventare un altro. Un “terremoto giovanile” nel mondo della musica, della moda, dei media e dell’arte crea una rivoluzione nell’identità delle nuove generazioni. L’incremento demografico dovuto al baby-boom e il concomitante aumento dei redditi apre nuove destinazioni per i giovani, comprese boutique e centri d’arte. Londra è l’epicentro dello stile, che per la prima volta non è riservato soltanto ai ricchi e alle ragazze. Musica e moda sono strettamente collegate, perché l’abbigliamento è trasformato dalle nuove idee che emergono nella scena pop londinese. Sulla scia della Beatlemania, la musica si evolve: il pop rompe con il vecchio mondo dell’intrattenimento e, in un fertile scambio di influenze con gli Stati Uniti, riflette le trasformazioni in atto. Dalla produzione dei singoli, l’interesse si sposta sulle maggiori possibilità creative dell’LP. Il clima di quegli anni è evocato fedelmente in Blow-Up, film realizzato nel 1966 da Michelangelo Antonioni che oppone il fascino e il successo alle angosce esistenziali del protagonista, alla ricerca di un senso più profondo. CLUB E CONTROCULTURA You better free your mind instead Immagina che tutti siano in contatto e vedano il mondo in modo diverso. L’LSD ha un ruolo centrale nel creare una “rivoluzione della mente” perché apre la testa a nuove esperienze e trasforma la visione delle cose. Insieme agli “head shops” che vendono articoli legati alle droghe, locali come il celebre UFO Club in Tottenham Court Road a Londra facilitano la diffusione di idee, musica, pubblicazioni radicali e sostanze stupefacenti. L’uso dell’LSD fu legale fino alla fine del 1966. La diffusione di eventi legati alla controcultura si accompagna allo sviluppo della stampa alternativa: nascono numerose riviste, tra cui “IT” (International Times), “Black Dwarf” e “OZ”. La BBC finisce per cedere alle richieste del pubblico e affida a DJ di radio pirata come John Peel la conduzione di alcuni programmi. Insieme a New York, la California diventa il centro della controcultura americana, dando avvio a quella che sarebbe diventata la Summer of Love. VOCI DI DISSENSO 1968 But when you talk about destruction Immagina studenti così arrabbiati da voler rovesciare il governo. Raggiunta la maggiore età, i baby boomer si rendono conto che molte delle cose che danno per scontate, come il benessere, la libertà e l’uguaglianza, ad altri sono negate. Soprattutto gli studenti, in parte stimolati dal movimento per i diritti civili, esprimono solidarietà per cause da un continente all’altro. L’opposizione al crescente coinvolgimento delle forze armate statunitensi in Vietnam diventa un fronte comune. In Occidente i giovani si mobilitano contro l’ingiustizia e la guerra, balzando agli onori delle cronache e conquistando il sostegno di più ampi strati di popolazione. Le tattiche non violente adottate in una prima fase – come manifestazioni, conferenze, boicottaggi economici e “happening” – sfociano sempre più spesso in atti di protesta più estremi. Sentendosi minacciata da questa forza di mobilitazione composta perlopiù da giovani bianchi della classe media, la polizia reagisce spesso con forza e brutalità, esacerbando le tensioni e aizzando l’opinione pubblica. Sul finire del decennio, altri movimenti come il femminismo, l’ambientalismo e la battaglia per i diritti degli omosessuali, diventeranno mainstream. ESPOSIZIONI UNIVERSALI E CONSUMISMO You asked me for a contribution Immagina dei giovani in grado di acquistare una casa che i genitori si sarebbero sognati e di scegliere contenuti originali e non di seconda mano. Il rapido aumento della ricchezza personale, la disponibilità di credito e il lancio della prima credit card nel Regno Unito nel 1966 determinano una rivoluzione nei consumi. Il design e la tecnologia prosperano e sono oggetto di esposizioni universali che accolgono un incredibile numero di visitatori: 50 milioni a Montreal nel 1967 e 64 milioni a Osaka nel 1970. La TV con le sue cronache in tempo reale di eventi come la guerra del Vietnam e lo sbarco sulla Luna portano temi di rilevanza mondiale nelle case della gente, mentre sempre più persone hanno la possibilità di viaggiare per piacere. L’industria della pubblicità esplode e i detrattori del consumismo si chiedono se il potere dei consumatori non sia in realtà uno strumento di potere politico e un contentino per le masse. RADUNI E FESTIVAL Don’t you know it’s gonna be alright Immagina di scappare da una cittadina di provincia e unirti ad altri 400.000 giovani per un weekend di musica e sballo. Alla fine degli anni sessanta, i festival diventano un modo rivoluzionario di riunirsi e offrono la possibilità di sperimentare un progetto di società permissiva, comunitaria e liberale. Il pubblico, essenzialmente composto di bianchi della classe media, vive in prima persona aspetti della controcultura, dal cibo vegetariano alla lettura dei tarocchi e al naturismo (spogliarsi è considerato un atto politico di libertà e accettazione). Il Festival di Woodstock del 1969, a cui partecipano inaspettatamente ben 450.000 persone, è entrato nel mito come uno degli eventi clou degli anni sessanta. L’acceso dibattito sull’opportunità di rendere questi festival a pagamento spinge a chiedersi se il mondo degli affari non stia mettendo le mani su alcuni aspetti della controcultura. Che si tratti di forme di utopia o di evasione, i festival restano una delle eredità della cultura anni sessanta, dal Burning Man in Nevada a Glastonbury, nato 46 anni fa. COMUNI E WEST COAST 1970 You Say You’ll Change the Constitution Immagina di rinunciare alla modernità e alla competizione per creare una nuova comunità in campagna. Migliaia di americani lasciano le città per fondare comunità alternative. Oltre al desiderio di contatto con la natura, queste persone condividono i timori della controcultura per il consumismo, i fallimenti del governo, la guerra del Vietnam e le minacce ambientali. Nel 1968 Stewart Brand crea il Whole Earth Catalog, che rispecchia perfettamente e contribuisce a diffondere lo spirito pionieristico di uno stile di vita in armonia con l’ambiente e improntato allo scambio. L’immagine di copertina della “‘Whole Earth” è un potente simbolo del destino comune dell’uomo. L’idea evocata nel Catalog di un sistema di conoscenze generato dagli utenti e fondato sullo scambio è condivisa dai pionieri dell’informatica nella Silicon Valley. Anche loro cercano modi per mettere in relazione le persone di tutto il mondo attraverso la tecnologia. Mentre poche comuni sopravvivono alle recessioni degli anni settanta, nel 1976 Steve Jobs e Steve Wozniak lanciano una nuova impresa dal loro garage: la Apple Inc. IMAGINE – IMMAGINA Don’t you know that you can count me in/out Gli anni sessanta suscitano ancora dibattiti infuocati. Per molti, quello che ebbe luogo tra il 1966 e il 1970 fu un cambio di atteggiamento, una “rivoluzione della mente”. La gente non si rimetteva più al giudizio delle autorità, ma ragionava sempre di più con la propria testa e credeva nelle possibilità del progresso. Multiculturalismo, femminismo, diritti degli omosessuali, comuni e ambientalismo, derivano tutti dall’idealismo degli anni sessanta. L’informatica, che ha rivoluzionato l’epoca in cui viviamo, è nata dal desiderio di condividere conoscenze e creare comunità alternative che animava gli hippie, ma ha anche generato una cultura del controllo e il dark web. Allo stesso modo, l’ambientalismo ha forse affrontato i problemi degli anni sessanta, ma non ha risolto lo stato di precarietà del pianeta. Quanto alla libertà assoluta dell’individuo, ideale prioritario nell’Occidente di oggi, è vero che ha aperto la strada al crollo del comunismo, ma non ha anche segnato il passaggio inesorabile da una cultura del “noi” a quella dell”’io”? E intanto non abbiamo perso la fiducia nel nostro potere di plasmare il mondo? Negli anni sessanta la gente non ha soltanto immaginato di creare un futuro migliore, ma si è assunta la responsabilità di costruirlo. Immagina…

Bookshop Mostra Revolution

Il Catalogo della Mostra: “You say you want a revolution?; Records and Rebels 1966-1970 Il titolo, che non potevamo che mantenere in lingua originale, è la prima strofa del pezzo dei Beatles “Revolution” (1968, non a caso…) cui è stato aggiunto un punto di domanda. E la risposta è: si. La volevamo la Rivoluzione e c’è stata. Non esiste epoca più raccontata, sviscerata, analizzata e soprattutto celebrata dei tardi anni ’60. Ci sono molti decenni percepiti da chi non li ha vissuti come “epoche d’oro” (la Belle époque, gli anni ’20), ma l’immaginario lasciato da quella manciata di anni che vanno dal 1966 al 1970, le opere e i cambiamenti sociali penetrati nella vita delle persone sono tali che persino chi l’ha vissuta arriva a raccontarla con un senso di meraviglia. You Say You Want a Revolution? esamina quel momento in cui la cultura giovanile ha guidato un idealismo ottimista mettendo in discussione le strutture di potere stabilite in ogni ambito della società. Pubblicato in occasione della tappa italiana dell’esposizione inaugurata lo scorso autunno al Victoria and Albert Museum di Londra, il volume mostra come molte delle tematiche che dominano il discorso contemporaneo (l’ambientalismo, la globalizzazione, l’individualismo o la comunicazione di massa) hanno radici che possono essere riconducibili agli anni Sessanta. Ovvero, “come le rivoluzioni finite o non finite degli ultimi anni Sessanta hanno cambiato il modo in cui viviamo oggi e il modo di pensare il futuro?” Un affascinante e coinvolgente viaggio nel tempo che permette di vivere, o rivivere, lo shock di quegli anni, brevi, ma luminosi, fragorosi e intensi, e la loro iconografia spettacolare e raffinatissima. Victoria Broackes e Geoffrey Marsh sono curatori del dipartimento del Teatro e dello Spettacolo del Victoria and Albert Museum, di Londra. Hanno realizzato numerose mostre itineranti di successo, tra cui Pink Floyd. Their mortal remains e David Bowie Is. Barry Miles, Guru incontrastato del ventennio ’60-’70, ci accompagna con i suoi colleghi saggisti attraverso questa età dell’oro entrando nel profondo della sua irripetibile magia.

Perdere peso con la frutta

Per dimagrire è necessario mangiare frutta? non è obbigatorio ma sicuramente ti aiuta! Se conosci un po’ il mio metodo, sia che tua abbia letto lo special report, o che tu abbia applicato già il metodo e perso tutto il sovrappeso che avevi, sai benissimo che per me “non esistono cibi proibiti”. E questo è dovuto al fatto che la parte mentale ha un effetto dominante su tutto il resto. Una volta impostata correttamente questa parte, puoi veramente dimagrire mangiando qualunque cosa. E questo è dimostrato dal fatto che esistono persone naturalmente magre, in piena salute, che seguono più o meno qualsiasi tipo di alimentazione. E’ altrettanto vero che esistono alcuni principi di alimentazione che, se rispettati, ti aiuteranno a stare molto meglio. Guarda caso sono quelli adottati proprio dalle categorie in cui le persone in forma e in pena salute sono più frequenti. Ecco perché nel mio libro trovi un’appendice relativa ai cibi migliori, da inserire frequentemente nella tua alimentazione, e quelli invece da evitare decisamente. E perché nel percorso “Magri per sempre” trovi, oltre al mio libro, un report in omaggio proprio sull’alimentazione scritto da un famoso personal trainer, Marco Caggiati. In questo report in particolare poi trovi anche una specifica per ogni alimento (e quindi anche per i vari tipi di frutta) con l’indicazione dell’indice glicemico. Ed ecco perché mi sono deciso ad inserire tra gli articoli di questo blog anche una serie relativa all’alimentazione. Incominciamo oggi dalla frutta. La frutta è sicuramente una grandissima risorsa e secondo molti esperti è il cibo più facile da assimilare per gli esseri umani. E’ fresca, ricca di acqua, contiene minerali e vitamine in abbondanza oltre ad uno zucchero, il fruttosio appunto, altamente compatibile con le nostre esigenze di vita. Sinceramente non sono un gran divoratore di frutta, più per abitudine che altro. Ma ultimamente sto modificando un po’ questa situazione. E soprattutto sto sperimentando “LA GIORNATA DELLA FRUTTA”: una volta alla settimana, o al massimo ogni dieci giorni, mi concedo una giornata in cui mangio solo frutta, dalla colazione alla cena. Beh credimi, subito il fisico, come in tutte le situazioni, ha bisogno di adattarsi, ma poi ne ha un beneficio incredibile. Personalmente il primo giorno che l’ho fatto mi sentivo un po’ stanco e la sera ho avuto un leggero mal di testa. Ma già il giorno dopo stavo molto bene, e con gran forze. Dopo un paio di settimane tutto il mio organismo era perfettamente adattato a la dose settimanale di frutta è ora diventata una giornata speciale, in cui ricarico la mia energia, metto in equilibrio il mio corpo. Ho poi notato che questa pratica mi ha portato a perdere ulteriormente un po’ di accumulo e di gonfiore che probabilmente era dovuto alla mia alimentazione. Approfondendo l’argomento ho poi scoperto che la frutta ha generalmente poche scorie e facilmente eliminabili. Questo vuol dire che il consumo di frutta fornisce molta energia e che poca di questa viene utilizzata per il processo di digestione. La frutta è l’alimento ideale per l’essere umano e non è un caso che il suo gusto piaccia tanto ai bambini. Immagina che apprezzamento avrebbero caramelle al gusto di carne o un dentifricio al sapore di formaggio… Quindi ti consiglio, anche vista la stagione, di introdurre molta frutta nella tua alimentazione e, se vuoi, di provare a fare ogni tanto la giornata “SOLO FRUTTA”. Mangia frutta di stagione e possibilmente da coltivazioni biologiche. E poi fammi sapere. Buon lavoro